Alveoli
Inconsapevolmente ho sempre immaginato la poesia come una casa di alveoli che puliscono la parola dai significati per arricchirla di vibrazioni sonore. Inconsapevolmente ho sempre immaginato i flauti come vie respiratorie che conducono a modulare arcobaleni sonori.Alveoli, camere d'aria che lievitano il suono del corpo. Con questo sentire ho chiesto a Roberto Fabbriciani di unire i suoi flauti alla voce della mia poesia. Nasce così, in un piccolo caffé di Firenze appena fuori dal traffico della città museo, l'idea di Alveoli, naturale approdo di una assonanza che ci accompagna da anni. Ascolterete un suono di parola che tende a farsi fiato di frammenti, lacerti, lampi tra accenti e sottovoce. Parola poetica che tende a evaporare e alternarsi nel ventaglio sonoro dei flauti di Fabbriciani. L'ampia estensione timbrica degli strumenti, dall'ottavino al flauto iperbasso, dialoga con le sonorità dei versi fino a esserne contagiata e sovrapposta in Appena un cenno, il brano finale che tende a insemprarsi. Come ammonisce il suono del dittico dantesco “In dolcezza ch'esser non più nota/ se non colà dove gioir s'insempra” Paradiso X vv 147-148. Un consiglio per l'ascolto, volume alto in ambiente quieto. Per insemprarsi..


“(...) ancestrale sorgivo   -   come di galaverna frantumata  
rugiadoso elettrico   -   biodegradabile    
perdersi nell'istinto    -   aerodinamico   -  
fino al daltonismo sferico  
 -   ho visto crescere il silenzio  
andare finalmente senza agire  
e le lune sottili a danzare sulle dune i ricordi  
in questa sera che scintilla il mare
e macina la viola sulla sabbia

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